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La storia di Mark Tullio Strukelj, il gregario di lusso della Roma di Nils Liedholm protagonista a suo modo della finale Roma-Liverpool 

Per il filosofo francese Èmile Auguste Chartier, “il ricordo inizia dalla cicatrice”. La frase, contenuta nei Propos, articoli brevi dedicati alla vita quotidiana, fu scelta da Giovanni Arpino per la prima pagina del suo “Azzurro Tenebra”, la cronaca della disfatta italiana nei mondiali del 1974.

Anche questa storia è fatta di ricordi, ma soprattutto di cicatrici. Il protagonista ne ha diverse: tante sulla caviglia, una, la più grande, sul cuore. E se per le prime è difficile dire quando sono nate, bisognerebbe scandagliare le cartelle cliniche e tornare al momento dell’operazione, della seconda conosciamo il giorno, il luogo e, forse, anche l’ora esatta: erano grossomodo le 23.15 del 30 maggio 1984, allo Stadio Olimpico la Roma perdeva contro il Liverpool la finale di Coppa Campioni.

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Una partita che, nella memoria storica dei tifosi romanisti, non si è mai giocata. È stata rimossa, sia da chi l’ha vissuta che da chi ne ha sentito solo parlare in quel “racconto collettivo che si gonfiava di bocca in bocca – scrive Sandro Bonvissuto in “La gioia fa parecchio rumore” – e che pareva una storia dell’orrore”. Là dentro ci finisce di tutto: i gol di Barbas in Roma Lecce, i 7 a 1, il 26 maggio, la retrocessione negli anni 50, la colletta del Sistina. Tutto.

Tranne la sera del 30 maggio. Quella non può essere raccontata e nemmeno ricordata. Forse perché più che una cicatrice è una ferita in qualche modo ancora aperta, forse perché fu una splendida illusione durata 55 secondi, il lasso di tempo cronometrato da Tonino Cagnucci tra il rigore di Di Bartolomei e quello di Neal, durante il quale la Roma è Campione d’Europa. Forse perché il 5 da Divino si scoprì mortale, e quindi umano. Forse perché colui che poteva essere il protagonista, il nome scolpito nella storia, entrò solo al 55′.

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La carriera di Mark Tullio Strukelj

Il suo nome era metà inglese e metà romano, lontano ed esotico come Twain, autore delle “Avventure di Tom Sawyer”, imperiale e classico come Cicerone. Il suo nome è Mark Tullio Strukelj. Classe 1962, nato il 23 giugno a Dorking, poco più di 15 mila abitanti nella contea del Surrey, sud dell’Inghilterra. Padre triestino, emigrato prima in Australia e poi nel Regno Unito, madre inglese. Nella Perfida Albione ci rimane appena due anni, prima di tornare nella sua Trieste, dove compie tutta la trafila delle giovanili e vince il campionato di Serie B. Centrocampista veloce, dinamico, piede educato, finisce nel mirino di Nils Liedholm, che lo vuole come riserva di Falcao.

Il passaggio alla Roma avviene il giorno del suo 21esimo compleanno, il 23 giugno 1983, ma sarà ufficiale solo cinque giorni più tardi. I giallorossi hanno acquistato Graziani, Vincenzi, Malgioglio, il nome di Strukelj finisce in secondo piano ma il fascino da “terzo straniero” aleggia su di lui. “Era forse la Roma più forte di sempre – ha raccontato a SoccerRoad – aveva appena conquistato il suo primo scudetto e si apprestava a disputare la sua prima Champions League. Mi stavo ambientando a quella piazza molto difficile e fu un anno intenso nella Capitale sia per un discorso di vita personale che calcistico, dove si respiravano pressioni altissime. Appena arrivato da Trieste faticai, ma poi iniziai a ritagliarmi il mio spazio”. È il suo primo trasferimento, nel raduno dell’Hotel Villa Pamphili è il più timido e riservato, parla poco (“Preferisco il dialetto triestino, scusatemi”), Mimmo Ferretti lo definisce come “il più imbarazzato”.

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“Sono molto timido, non riesco a esternare le mie sensazioni. Forse sbaglio ma mi tengo tutto dentro e quindi spesso corro il rischio di essere considerato un montato”. Non la pensa così il Barone svedese, che anzi vede in quelle caratteristiche un pregio. Così gli ritaglia il ruolo di gregario di lusso: fa il suo esordio nella goleada 5 a 1 contro il Napoli, segna il suo primo e unico gol in Serie A contro il Pisa, fa rifiatare Ancelotti e Falcao. Poi arriva un infortunio, l’ennesimo. La stagione sembra finita ma la Roma va avanti in Coppa Campioni. Liedolhom non ha dubbi, telefona Strukelj, che è ancora ai box, e lo investe: “Accelera sui tempi di recupero, in finale avrò bisogno di te”.

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“Sembrava tutto fatto a pennello per una storia a lieto fine da scrivere negli annali ma andò diversamente: ricordo ancora i 90.000 che riuscirono a fare entrare allo stadio, un clima unico ma già nelle settimane precedenti la partita c’era un’aria elettrizzante e di grande attesa”. Ma Mark Tullio Strukelj non è un tipo da facili sentimentalismi. Non si fa trascinare neanche dalla passione personale: il Liverpool è la sua squadra del cuore, quella dei nonni, quella delle estati passate in Inghilterra. Quella sua noncuranza che per molti era snobismo serve adesso più che mai.

Liedholm lo manda in campo al 55esimo, per sostituire un Cerezo stremato, sia dalla stanchezza che dai calci inglesi. La Roma ha segnato da una decina di minuti il gol dell’1 a 1, con Roberto Pruzzo. Non cambierà niente fino al 120esimo. Ed è qui che Mark Tullio Strukelj dimostra ancora quanto vale. Ha 22 anni e forse sarà l’incoscienza della gioventù a portarlo dal Barone e chiedergli di tirare un calcio di rigore. Liedholm lo guarda negli occhi, vede fuoco e ghiaccio, gli elementi che servivano. Lo mette in lista, al rigore numero 5. Quello decisivo.

Fine della corsa

“La storia ci racconta come finì la corsa”, cantava Guccini nella sua Locomotiva. Secondo la leggenda, il Mago Maggi di Busto Arsizio, dove Liedholm, stratega scaramantico, portava i suoi ragazzi, aveva profetizzato: “Se un rigore lo tira Graziani, perderete la finale”. Quella volta, forse l’unica, il Barone non gli diede retta. Lo sbagliò davvero, insieme a Bruno Conti. Mark Tullio Strukelj era già in campo, pronto a scrivere la storia, a trafiggere la sua squadra, a spiccare il volo.

“Ripensandoci adesso avrei preferito giocarla in campo neutro quella partita, ma non per una cosa di tifoseria ma per abbassare un po’ la pressione. Ricordo bene che eravamo bloccati e contratti, come non dimenticherò mai la tranquillità dei calciatori del Liverpool arrivati la sera prima in città: vedevo i loro volti sereni”. Come nella più fatale delle sliding doors, quella è la penultima partita dell’inglese con la maglia della Roma. Fa in tempo a vincere la Coppa Italia, ma la caviglia lo tormenta, si opera sei volte, gioca “praticamente con una gamba”, con antidolorifici e infiltrazioni, nemmeno 10 partite in quattro anni, tra Pisa e Reggiana, prima di scendere di categoria: Treviso, Arezzo, Pistoiese. Oggi è il vice di Tesser, al Pordenone.

Altre leggende riferiscono che quella sera del 30 maggio, Pruzzo convinse il suo allenatore a mettere Odoacre Chierico come quinto tiratore, ma poco cambia la sostanza. Oppure è tutta qui la spiegazione, irrazionale, di quanto è successo: Mark Tullio Strukelj colui che è entrato al 55esimo minuto, dopo che per 55 secondi si era stati campioni e dopo che il numero 5 si rifiutò di tirare, doveva per forza calciare il rigore numero 5.

Nella numerologia dei tarocchi, in fondo, il Cinque è il numero dell’uomo, colui che può sbagliare, che può vincere, che può perdere. È un segno mediatore, ponte tra Dio e Universo, tra mondi diversi. Tra una Coppa con le orecchie e un tiro dagli undici metri. Tra un portiere che danza e un ragazzino dagli occhi di ghiaccio. O, più semplicemente, tra ciò che poteva essere e quel che non è stato.

di Lamberto Rinaldi