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Juventus, Genoa e plusvalenze: cosa dovete sapere della questione

Ciclicamente torna a fare scalpore la questione legata alle plusvalenze per aggiustare i bilanci: perché la Juventus e gli altri club di A scelgono questa strada?

La notizia arrivata poche ore fa alimenta il mercato dei giovani e riporta in auge una cara e vecchia questione legata alla gestione dei bilanci, alla questione plusvalenze e, soprattutto, all’aleatorietà economica del mondo del calcio. Genoa e Juventus hanno infatti perfezionato un maxiscambio che, almeno ufficialmente, porterebbe – con tempistiche differenti – Nicolò Rovella in bianconero e la coppia composta da Manolo Portanova ed Elia Petrelli in rossoblu.

Parallelamente, i bianconeri hanno chiuso anche uno scambio con l’Olimpique Marsiglia mandando in Francia il promettente Franco Tongya e acquistando l’esterno offensivo Marley Aké. Insomma, in questi giorni Fabio Paratici è stato molto occupato: se da una parte per la Juventus il discorso punta è destinato (forse) a non sbloccarsi mai, dall’altra le casse del club respirano per le enormi plusvalenze che verranno registrate alla chiusura del prossimo bilancio.

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Fonte immagine: @forumJuventus (Twitter)

Juventus e giovani: tutte le cifre movimentate

Per capire al meglio la faccenda c’è una premessa doverosa da fare, che riguarda le cifre mosse per portare a compimento le varie trattative di cui sopra. Partiamo da Rovella, acquistato per 18 milioni di euro con 20 milioni di euro in possibili bonus, con il calciatore che rimarrà sotto la Lanterna per un anno e mezzo. Viceversa, Petrelli e Portanova porteranno in cassa 18 milioni di euro più 10,3 di possibili bonus, con una plusvalenza maturata di oltre 17 milioni di euro.

Tongya e Aké, invece, sono stati “scambiati” con la valutazione di 8 milioni di euro ciascuno. Le virgolette, in questo caso, sono d’obbligo, perché da queste operazioni la Juventus non incasserà alcuna liquidità. Zero denaro, ergo zero disponibilità a reinvestire da subito il ricavato. Semplicemente, sono operazioni marginali che servono per puntellare i bilanci. La Juventus non è nuova a questo tipo di movimenti, spesso utilizzando proprio il Genoa – con Sassuolo e Udinese in seconda battuta – per imbastire gli scambi.

 

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Perché la Juventus (e non solo) opera così

Ovviamente la maggior parte dei calciatori, nello specifico, non vestirà mai i colori della Juventus, o se lo farà sarà per una manciata di presenze obbligate (basti pensare al caso Frabotta, esubero a Bologna a titolare in bianconero per l’infortunio di Alex Sandro e la mancanza di alternative). Questo perché, appunto, queste sono operazioni marginali, che mal si sposano con l’aspetto sportivo. E, chiaramente, sarebbe un’ovvietà affermare che l’unica utilità di portarle a compimento è per pura esigenza di bilancio.

Il perché la Juventus sia obbligata a operare in questa direzione è facilmente intuibile: il monte ingaggi bianconero è ormai decisamente carico e, a incidere maggiormente, sono quei calciatori avanti dal punto di vista anagrafico, sul quale non solo non puoi fare plusvalenza, ma nemmeno piazzare a basso costo a meno che – come successo di recente con Matuidi – non sia il calciatore a decurtarsi lo stipendio per andare a giocare da un’altra parte.

I rischi di questa strategia

Per un Matuidi, però, ci sono anche i Mandzukic, i Khedira e gli Higuain, ovvero gente che vuole fino all’ultimo centesimo degli emolumenti maturati. La Juventus, in difficoltà, ha quindi sempre più aumentato questo giro di giovani con relative valutazioni discutibili. Il che, e questo va precisato, è lecito. Magari abbastanza borderline, ma usuale tra le società di un certo cabotaggio. Questa strategia, però, comporta anche dei rischi.

Se nell’immediato il bilancio ringrazia, infatti, nel medio-lungo periodo carica i conti a tal punto che la società in questione dovrà nuovamente generare altre plusvalenza, entrando in un loop dal quale poi è complicato uscire. Nello specifico, la Juventus dopo queste operazioni si è caricata di 6 milioni di euro solo per i cartellini, con in aggiunta i relativi ingaggi di Aké e Rovella. Senza contare, infine, che per via di alcuni bonus il prezzo di quest’ultimo potrebbe lievitare fino a 38 milioni di euro.

 

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La narrazione incompleta dei media

Secondo un approfondimento pubblicato qualche mese fa da Panorama, dal 2016 a oggi la Juventus avrebbe generato circa mezzo miliardo di euro solo in plusvalenza. Un risultato record, certo, che da parte stupisce e testimonia un Paratici sempre sul pezzo, ma dall’altra ci costringe chiederci se e quanto questo sistema possa essere sostenibile.

L’argomento è importante, andrebbe sviscerato al meglio ma i media non aiutano a farlo, troppo impegnati a farsi la guerra a vicenda schierando in prima linea giornalisti palesemente tifosi o, semplicemente, pubblicando resoconti incompleti e mal documentati. L’educazione all’informazione in Italia non è di casa. Se poi, come accade in questo caso, viene applicata al calcio, il disastro comunicativo è dietro l’angolo.

Infine, servirebbe anche un intervento chiaro e deciso della FIFA, che in passato aveva battagliato contro i fondi di investimento ma, su una questione così delicata, non ha mai proferito parola scegliendo – colpevolmente – di non schierarsi. Ma il rimandare e il procranistare le riforme non ha mai portato da nessuna parte, men che meno in un contesto così fluido come quello in cui operano tutte le società sportive.

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Andrea Bracco
Cuneese, ha fondato il primo sito di calcio sudamericano in Italia e collaborato con diverse realtà editoriali di importanza nazionale, come Ultimo Uomo e Rivista Undici. Liga e Sudamerica le sue stelle polari, il calcio minore la sua debolezza.

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