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Fonte Immagine: @clasic_clothing_co (Instagram)

Il 6 novembre 1940 nasceva Johnny Giles, leggenda del Leeds United e considerato il più grande calciatore della storia irlandese. Questa è la sua storia.

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Se c’è un modo per definire Johnny Giles è “fuori dagli schemi”. Ma anche il suo essere fuori dagli schemi era anticonvenzionale: niente a che vedere con il ribellismo alla George Best, ma piuttosto qualcosa di più sottile. Ad esempio, partiamo dalla fine: qualche anno fa gli fu chiesto se non gli mancasse il calcio, domanda a cui i colleghi di solito rispondono affermativamente, snocciolando nostalgia. Giles invece disse: “Non me ne sono mai pentito dal giorno del ritiro”.

527 partite e 115 reti con la maglia del Leeds, negli anni in cui giocare al Leeds voleva dire giocare in una delle squadre più forti al mondo: gli anni di Don Revie e Billy Bremner, degli scudetti, delle Coppe delle Fiere, della finale di Coppa dei Campioni persa contro il Bayern Monaco. Gli anni di quello che oggi è noto purtroppo come il Maledetto United, come se la sua storia non possa sopravvivere se scollegata dalla brevissima parentesi del carismatico Brian Clough.

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Un irlandese a Manchester

Giles era nato a Ormond Square, un quartiere proletario di Dublino che si affaccia sul Liffey; suo padre Christy era stato un buon calciatore in gioventù, e lo introdusse nei club locali. Una cosa non da poco, nell’Irlanda degli anni Cinquanta: Dublino era l’epicentro della protesta politica nazionalista che voleva la riunificazione dell’isola sotto un unico governo, staccando il nord dal Regno Unito. L’autonomia nazionale irlandese passava anche dallo sport, così che giocare a rugby ti qualificava come un patriota, mentre il calcio era lo sport degli inglesi.

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Nel 2004, Giles è stato nominato come miglior calciatore irlandese dei cinquant’anni precedenti da parte della Federcalcio del suo paese, eppure quando gli parlano dei sentimenti verso la nazione risponde: “Non mi sono mai considerato irlandese”. Retaggio paterno: il vecchio Christy Giles nacque e crebbe in una Dublino ancora britannica, e d’altronde lo stesso Johnny ha passato quasi tutta la sua carriera in Inghilterra.

Dopo i primi calci nelle giovanili dello Stella Maris di Drumcondra, un sobborgo nel nord di Dublino, ma già nel 1956 venne notato dal Manchester United e aggregato alla squadra allenata da Matt Busby. Fece il suo esordio in First Division tre anni dopo: l’incidente aereo di Monaco aveva spezzato la generazione dei Busby Babes, e c’era bisogno di ricostruire da zero. Giles venne chiamato a prendere il posto di Billy Whelan, che era suo concittadino e aveva solo cinque anni più di lui quando morì.

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Benché il suo talento come regista fosse fuori discussione, Busby ritenne che Giles non fosse abbastanza bravo per i Red Devils e lo costrinse a lasciare la squadra, scendendo in Second Division per giocare nel Leeds. Mentre se ne andava, promisse ad Anne Busby, moglie del tecnico scozzese: “Lo perseguiterò”. E così fece, perché un anno dopo il Leeds raggiunse la massima serie inglese e lentamente si impose come la squadra più forte, interrompendo il ciclo del Manchester.

Regista brillante, si diceva, capace di passaggi in verticale che tagliavano le difese avversarie come il coltello fa con il burro. Il Leeds di Don Revie sembrava, sulla carta, il posto peggiore per un giocatore con quelle caratteristiche: era una squadra estremamente fisica, con un gioco duro e ai limiti del regolamento, che vinceva con l’inerzia e l’intimidazione.

E invece, Johnny Giles ci si ritrovò alla perfezione, si adattò a quel modo di giocare senza però dimenticare la tecnica, che anzi divenne quel qualcosa in più che fece fare al Leeds il salto di qualità.

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I suoi anni coi Peacocks gli portarono diversi titoli: due campionati, una Coppa di Lega, una FA Cup, due Coppe delle Fiere e un Charity Shield, oltre al record di 29 match consecutivi senza sconfitte. C’è anche chi dice che fu soprattutto sua la responsabilità del fallimento di Clough nel succedere a Revie: quest’ultimo aveva indicato alla dirigenza, come suo erede, proprio il 34enne Giles, e quando invece fu scelto l’ex-tecnico del Derby County, lo spogliatoio non lo accettò.

Ma sono solo speculazioni, perché alla fine Giles non divenne mai allenatore del Leeds, né di nessun’altra squadra, nonostante nello stesso periodo anche il grande Bill Nicholson lo avesse raccomandato come suo successore al Tottenham.

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L’irlandese proseguì invece la sua carriera nel West Bromwich Albion, dove fu player-manager (ruolo che rivestiva fin dal 1973 in Nazionale); poi nel 1978 attraversò l’oceano per una stagione a Philadelphia, quindi si decise finalmente a tornare in Irlanda, giocando fino al 1983 nello Shamrock Rovers.

Dopo il ritiro, nonostante sia stato riconosciuto come uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, Giles subì sempre un grande fraintendimento sul suo gioco, spesso equiparato a un ruvido medano. Un giorno gli fu chiesto quali differenze ci fossero tra lui e Roy Keane, e Giles, abbastanza perplesso, dovette ribadire l’ovvio, ovvero di essere stato un centrocampista molto più creativo rispetto a Keane.

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A proposito del suo gioco rude, Giles spesse volte ricordò come fosse abbastanza comune in Inghilterra, ai tempi, solo che la maggior parte dei registi si limitava a subire i falli mentre lui, dopo alcuni infortuni dovuti a scontri di gioco, decise di adeguarsi e rispondere colpo su colpo.

Quella reputazione è alla base del suo personaggio nel libro The Damned United di David Peace, da cui è stato tratto l’omonimo film. Johnny Giles è sempre stato molto critico verso lo scrittore per il modo in cui l’ha rappresentato (ma anche per la raffigurazione di Clough: Giles non ha negato dei dissapori col tecnico, ma lo ha sempre stimato molto) e nel 2008 vinse la causa per far rimuovere alcuni pezzi dalle future ristampe del libro.

Oggi, Giles lavora in tv e in radio e scrive sui giornali sportivi, ed è uno dei più apprezzati opinionisti del Regno Unito.

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