“Nessuno vuole vedere questo momento”. O forse sì

Atletico City in Champions League ha regalato poco spettacolo ma una rissa finale che ha fatto molto discutere. Eppure, il pubblico pare aver apprezzato.

Dicono i commentatori – non solo quelli italiani, ma un po’ in ogni parte del mondo, a giudicare dai post sui social network – che questi sono spettacoli che fanno male al calcio, cose che non vorremmo mai vedere in uno stadio. L’oggetto della critica è, ovviamente, la rissa scoppiata alla fine di Atletico City in Champions League.

La cosa surreale è che, mentre in televisione, apparentemente in ogni parte del mondo, i giornalisti si affannavano a condannare l’accaduto, il pubblico discuteva sui social di quanto fosse divertente. Alla fine, molto probabilmente ricorderemo questa doppia sfida dei quarti di finale non certo per il gioco masochista dei Colchoneros, ma per gli elettrizzanti minuti finali.

Perché, diciamocela tutta, questi episodi faranno anche male al calcio (una frase presa talmente sul serio dai tifosi da aver generato una pagina satirica su Facebook) ma fanno benissimo allo share, e quindi all’economia di tv e social media che gira attorno allo sport e su cui il pallone basa gran parte delle sue speranze di sopravvivenza.

Atletico City è la partita che vogliamo vedere

Ragionando a mente fredda, è fuori discussione che assistere in diretta televisiva a episodi di violenza e tensione in campo non sia particolarmente edificante, e che il calcio voglia trasmettere valori ben diversi. Tuttavia, non si può far finta che a chi sta a casa certi eventi stuzzichino l’attenzione molto più di 90 minuti senza l’ombra di un gol.

Da che ne ho memoria, le risse in campo sono da sempre un grande fattore d’interesse nelle discussioni dei tifosi: nemmeno ricordo quanto finì Roma – Galatasaray del 2002, ma come dimenticare la battaglia finale e Francisco Lima che scende negli spogliatoi per subito correre in cima alle scale a cercar vendetta per qualche insulto turco che aveva raggiunto le sue orecchie? I commenti dell’epoca: “Una violenza inaudita, nello scenario patinato della Champions League, la vetrina del calcio europeo” (La Repubblica).

Sono episodi che si prestano al facile moralismo negli studi del post-partita, con tutto il loro strascico di ipocrisia. Perché magari sarà anche vero che agli opinionisti piacerebbe parlare di una partita pulita e spettacolare, ma i loro colleghi delle news non mancano di aggiornare e aggiungere dettagli sulla rissa proseguita nello spogliatoio, mentre anche sui canali social ufficiali di reti tv e giornali si fa a gara a chi pubblica l’immagine più esplicita della rissa. Sono like, sono views, sono soldi: mentre da un lato si condanna, dall’altro il sistema si nutre bulimicamente di queste situazioni.

Il finale di Atletico City è stato visto da molti di noi con quella sensazione agrodolce che mescola il disgusto per l’accaduto all’indicibile eccitazione per la violenza, che è poi è la stessa su cui si regge l’intero impianto della cronaca nera nei tg e sulla stampa. A questo punto, perché far finta che “nessuno vorrebbe vedere cose del genere in uno stadio”, quando è forse più vero il contrario?

Ricordo che tanti anni fa, da ragazzo, lessi su Sportweek che le squadre della NHL erano solite ingaggiare nei propri roster giocatori non particolarmente abili, ma dal carattere molto irascibile e propensi a scatenare zuffe durante le partite: un piccolo pegno da pagare al pubblico, che guardava i match di hockey anche con la speranza di imbattersi in un pestaggio. Non so se le cose siano cambiate da allora, ma alla fine è difficile non pensare che la passione che ci spinge a seguire lo sport non sia anche un po’ la stessa di chi in passato andava all’arena a vedere i gladiatori.

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