Perché la Roma esce dalla Borsa

La Roma esce dalla Borsa dopo 22 anni: cosa significa e cosa comporta questo per le sorti del club dei Friedkin? Ma soprattutto: perché si è deciso di farlo?

Non è attiva solamente sul mercato, la Roma dei Friedkin: se da un lato la rosa si sta rinforzando enormemente con acquisti del calibro di Matic, Dybala e Winaldum, dall’altro la proprietà americana dei giallorossi sta portando avanti anche importanti operazioni finanziarie per assicurarsi un florido futuro.

La più recente e discussa è senza dubbio quella del delisting, ovvero dell’uscita del club dalla Borsa dopo 22 anni di permanenza. Un’esperienza iniziata sotto la famiglia Sensi, che doveva servire ad aumentare la stabilità economica della società, ma che non sempre è riuscita a dare i risultati sperati.

Al punto che i Friedkin aveva deciso di abbandonare la Borsa nel novembre 2020, pochi mesi dopo l’acquisizione da Pallotta, ma senza successo. Ieri, venerdì 22 luglio, la Roma ha invece annunciato che la proprietà statunitense superato il 95% delle azioni nell’offerta pubblica (opa), e adesso entro fine agosto si ritirerà dalle negoziazioni in Borsa.

Che cos’è il delisting

Delisting è la parola d’ordine di queste ore: un termine tecnico in lingua inglese, quella degli affari internazionali, che significa sostanzialmente che una società quotata in Borsa decide di ritirarsi dalle contrattazioni sui propri titoli azionari. In poche parole, appunto: uscire dalla Borsa.

A metà giugno 2022, la famiglia Friedkin ha lanciato un’opa sulla Roma, ovvero ha annunciato pubblicamente una propria offerta per acquistare ulteriori azioni della società. Fino a quel momento, gli attuali proprietari della Roma erano arrivati a controllare solo l’86,8% delle azioni del club, ma per poter attivare il delisting era necessario avere almeno il 95%.

Per questo motivo, Friedkin ha lanciato la sua opa, inizialmente di 43 centesimi per azione (con un premio, cioè un maggioramento del costo delle azioni, del 18,5% rispetto ai valori di maggio) e poi alzata dopo un mese a 45 centesimi. In pratica, i proprietari si sono offerti di acquistare azioni dagli altri investitori per queste cifre, così da convincerli a cedere i titoli per arrivare alla fatidica soglia del 95% entro la scadenza dell’opa, fissata per la mezzanotte di venerdì 22 luglio.

Perché la Roma esce dalla Borsa

A questo punto, la logica domanda è perché. Come detto, i Friedkin hanno subito deciso che questa operazione del delisting era necessaria al club, lanciando un’opa già nel novembre 2020, ma senza successo.

Il fatto è che, quando sono subentrati a Pallotta, si sono ritrovati con una società in perdita, che quindi si ritrovava a non guadagnare abbastanza dalla sua presenza in Borsa. È ovvio che, rispetto al suo ingresso nel 2000, molte cose sono cambiate a livello globale, ma all’epoca la Roma aveva fatto il suo ingresso nel mondo azionario con un prezzo di 5,50 euro per azione, mentre quello attuale è molto più basso.

Quando una società si ritrova nella situazione di avere costi superiori ai benefici derivati dalla sua collocazione in Borsa, allora può chiedere – come fatto dai Friedkin – il delisting, cioè l’uscita dalla Borsa stessa.

Questa nuova situazione consentirà alla Roma diversi vantaggi, a partire dalla possibilità di muoversi più liberamente sul mercato finanziario, risollevando i conti societari senza dover sottostare alle regole della Borsa valori. In pratica, sarà ancora possibile scambiare i titoli azionari, ma stavolta in maniera privata e non pubblica, come avvenuto negli ultimi 22 anni.