È morto Akeem Omolade: era stato il simbolo della lotta antirazzista nel calcio

Akeem Omolade aveva 39 anni e nella sua carriera ha attraversato l’Italia, divenendo giovanissimo un simbolo della lotta al razzismo nel calcio.

È stato, suo malgrado, un simbolo della lotta al razzismo nel calcio italiano, in un’epoca quasi pionieristica del fenomeno, nei primissimi anni Duemila: Akeem Omolade, 39 anni, è stato trovato morto questa mattina a Palermo.

Si era incontrato con un amico poco prima, per andare al Policlinico del capoluogo siciliano, dove doveva effettuare una visita per un problema alla gamba che lo infastidiva da tempo, ma facendo fatica a camminare aveva chiesto un passaggio in auto. Poco dopo essere salito sula vettura, nel quartiere di Ballarò dove viveva, si è sentito male, ed è morto prima dell’arrivo dei soccorsi. Le cause della morte devono ancora essere chiarite, ma la famiglia ha spiegato che non aveva particolare problemi di salute.

Omolade lascia la moglie e una figlia piccola. Attaccante nigeriano classe 1983 ex-Torino, Treviso, Novara (e molti altri), si era trasferito in Sicilia nel 2006, e da lì ha giocato solo per club del Sud, chiudendo la carriera nell’Altofonte nel 2017. Attualmente, lavorava come traduttore per il Tribunale di Palermo.

Omolade e il razzismo: l’episodio di Treviso

Da giovane, Omolade era una buona promessa: emerso dalle giovanili del Torino, con cui poi nel 2003 aveva esordito brevemente in Serie A, nel 2001 si trovava ancora al Treviso, il suo primo club professionistico, quando accadde l’episodio che purtroppo lo ha reso celebre.

Durante una partita del campionato di Serie B alcuni tifosi della sua stessa squadra lo bersagliarono di fischi per il colore della sua pelle, per poi abbandonare lo stadio per protesta contro la sua presenza in campo.

La notizia si diffuse rapidamente in Italia, in un’epoca in cui il razzismo nel calcio locale era ancora un tema poco evidente (anche se non per questo meno presente). Nella giornata successiva contro il Genoa, Omolade tornò in campo assieme a tutti i suoi compagni col volto dipinto di nero, come gesto di solidarietà (anche le riflessioni sul tema della black face, all’epoca, erano molto superficiali, bisogna dire).