Perdere a testa alta non starà diventando troppo un alibi?

E anche l’Inter contro il Liverpool ha perso, “ma a testa alta“. Tutto è rimediabile, ci mancherebbe, c’è ancora una partita di ritorno da giocare, seppur difficile, ad Anfield; in compenso lo 0-2 di San Siro di ieri ha squadernato una serie di commenti riconducibili al campo di quella che si potrebbe definire “l’onorevole sconfitta”. Il fatto è che è solo l’ultima di un lungo elenco, che rischia di diventare interminabile. 

Sì, perché quando finisce l’essere “a testa alta”? Dov’è il limite, piuttosto? Quando, invece, la testa è giusto che si abbassi dopo un ko? Non c’è squadra italiana che negli ultimi anni sia uscita immune da questa pacca sulla spalla virtuale, con il rischio di rendere tutto ciò un alibi.

Sindrome Aldo, Giovanni e Giacomo

Ve lo ricordate “Tre uomini e una gamba”, il divertentissimo (stando a chi vi scrive) film con Aldo, Giovanni e Giacomo del 1997? Nella furia del citazionismo di “Marrakech Express” i protagonisti finiscono per giocare, come nella pellicola di Salvatores, una partita di calcio sulla spiaggia. Obiettivo, recuperare la gamba di legno del titolo, finita in mano a un gruppo di marocchini.

Non è Champions League, ma come peso specifico nel film sì. Ci sono scene bellissime, Aldo che sbuca dalla sabbia e segna di testa in tuffo da calcio d’angolo, Marina che para un rigore a un avversario, fino a quando dopo la partita, i quattro seduti sulla sabbia fanno il sunto della partita che, guardando il montaggio, sembra che abbiano vinto. E invece arriva la doccia fredda di Aldo, che smorza gli entusiasmi dicendo: “E allora come abbiamo fatto a perdere?”.

La più classica delle sconfitte a testa alta, insomma. Peraltro Aldo, Giovanni e Giacomo, tornando all’attualità, sono tutti e tre interisti. “Jair, è il ritorno della grande Inter”, grida Giovanni a favore di telecamera dopo un altro di quei gol della partita improvvisata Italia-Marocco.

Dov’è il risultato?

gasperini atalanta
Fonte: Insidefoto

Non solo per la sconfitta di ieri dei nerazzurri contro il Liverpool, ci mancherebbe altro. Sempre contro i Reds era stato il Milan, a settembre, a perdere in Champions: partita epica, ribaltata e poi persa, con il finale di 3-2 a favore degli inglesi che aveva fatto gridare ai maggiori mezzi di comunicazione che comunque la squadra di Pioli era uscita da Anfield “a testa alta“.

Non c’è squadra italiana che nelle ultime stagioni non sia uscita dalla Champions League o dall’Europa League così, a testa alta. Come se fosse un altro risultato, a parte l’1, l’X o il 2: nella schedina, una quarta colonnina, ATA.

Vogliamo parlare dell’Atalanta? Eliminata ai quarti di finale ormai due anni fa, in quel rocambolesco 2-1 subito dal Psg. Anche i bergamaschi quasi vincitori morali, anche se eliminati.

Certo, forse sarebbe stato meglio andare avanti, no? Una volta che sei a un passo dal traguardo storico, tanto vale sorpassarlo. Idem in questa edizione della Champions, sconfitta in rimonta dal Manchester United, ma ça va sans dire, a testa alta. Forse la testa era talmente alta che non ha visto, l’Atalanta, il Villarreal passare come un rullo al Gewiss Stadium nell’ultima partita del girone: 0-3, spagnoli avanti e Dea in Europa League.

Poteva mancare, ad esempio, la Juventus in questo elenco? No di certo. Sconfitta ai supplementari in Supercoppa Italiana contro l’Inter: 2-1, con cappella gigantesca finale di Alex Sandro, ma per qualche analista “a testa alta”. Figuriamoci fosse stata bassa, allora.

Ogni volta che si perde, ormai, la prima reazione non è cercare magari qualche spiegazione razionale, ma buttarla sul “vabbé”. D’accordo, non bisogna essere risultatisti a tutti i costi, però ogni tanto anche vincere non farebbe male, o no?

Tutte queste teste alte, l’elenco è lunghissimo e ci siamo limitati solo a episodi recenti, da anni hanno portato l’Italia, a livello di club, come minimo un gradino sotto rispetto alle concorrenti. Senza fare retorica, nessuna Champions League dal 2010 e nessuna Europa League/Coppa Uefa dal 1999. 

Due finali perse, però: naturalmente a testa alta. Occhio, però, a non fare la fine dell’Italia del rugby, che a furia di onorevoli sconfitte è diventata una sorta di barzelletta del Sei Nazioni, dove ormai mette più tenerezza che altro.

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