Perché i giovani italiani non giocano in Serie A

“I giovani italiani non giocano nemmeno in Serie A” si lamenta il ct Mancini: ma perché c’è questa tendenza nel nostro paese? Proviamo a capire i motivi.

La Finalissima vale quel che vale, ma la pesante sconfitta per 3-0 contro l’Argentina conferma la crisi profonda della Nazionale, seguita al titolo europeo conquistato meno di un anno fa e approdata alla clamorosa esclusione dai Mondiali ad opera della Macedonia del Nord.

“Può essere più difficile ricostruire perché abbiamo ragazzi giovani e alcuni non giocano nemmeno in Serie A” ha detto il ct Mancini nei commenti post-partita, purtroppo confermando una tendenza ben nota del calcio nel nostro paese: la scarsa fiducia nei giovani italiani nel massimo campionato. Ma come mai siamo arrivati a questo punto?

I giovani italiani non giocano in Serie A: i motivi

È abbastanza evidente che la Serie A, durante la crisi dello scorso decennio, abbia deciso di non seguire lo stesso modello di Ligue 1 e Bundesliga per ripartire, ovvero concentrarsi sullo sviluppo di giocatori giovani per rendere il proprio sistema economicamente più sostenibile e sviluppandolo dal basso. Va da sé che, però, il problema nasce da prima: la FIGC non ha mai provato a ripensare le basi del nostro calcio giovanile come avvenuto in Francia e in Germania.

A ciò si aggiunge un problema generale, quello che negli ultimi anni sono emersi pochi grossi talenti. Questa tendenza va di pari passo, però, con quella dei grandi club della Serie A di puntare di più su giocatori già pronti rispetto che sui giovani: quelli che hanno trovato spazio sono casi eccezionali come Bastoni e Zaniolo, oppure stranieri, che nonostante l’età hanno avuto modo di fare esperienza e mettersi in luce in campionati esteri di minor prestigio.

I ragazzi delle Primavere hanno finito per diventare piuttosto pedine di scambio o di facile plusvalenza, come dimostra il caso di Moise Kean: a 19 anni era un astro nascente della Juventus, già tra gli attaccanti più efficaci della prima squadra e entrato addirittura nel giro della Nazionale; nell’estate del 2019, però, è stato ceduto all’Everton per coprire le spese dell’acquisto di De Ligt.

Un’altra tendenza del nostro calcio relativa ai giovani italiani è la scarsa fiducia di cui godono. Un caso può essere quello di Fagioli: nel 2018, Allegri lo inseriva tra i migliori giovani italiani; è però sempre rimasto ai margini della Juventus, finché nell’ultima stagione non è finalmente sbocciato in prestito alla Cremonese, in Serie B. Adesso, però, potrebbe non avere il posto garantito a Torino e dovrà trovarsi un’altra squadra, magari restando a Cremona dopo la promozione.

Dire che i giovani italiani non giocano in Serie A, comunque, non è del tutto vero: Frattesi, Scamacca e Raspadori, ormai elementi fissi della Nazionale di Mancini, dicono infatti il contrario. La loro carriera denota bene però un grosso problema del calcio italiano: i tre sono sfuggiti ai vivai di tutte le big della Serie A, e hanno avuto la possibilità di mettersi in mostra solo al Sassuolo, un club con un progetto giovane e molto interessante, ma che non disputa mai le coppe europee. Dover costruire l’Italia su ragazzi che a 22-23 anni non hanno mai calcato un campo internazionale rappresenta uno dei grandi ostacoli del nostro calcio.

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