Il calcio in Iran si sta schierando contro il regime

In Iran infuriano le proteste contro il regime degli Ayatollah, dopo l’omicidio di Mahsa Amini delle scorse settimane. E il calcio sta con i manifestanti.

Siamo ormai alla terza settimana di proteste in Iran: lo scorso 13 settembre, una ragazza di 22 anni di nome Mahsa Amini è stata uccisa dalla polizia religiosa in seguito alle percosse subite in caserma, dopo essere stata arrestata per indossare male il velo, lasciando spuntare alcune ciocche di capelli.

Negli ultimi anni, la situazione sociale in Iran, tra crisi economica e corruzione politica, è sempre stata molto tesa, ma mai si era verificata una così dura rivolta contro il potere e, in particolare, contro le repressive leggi islamiche in vigore dalla rivoluzione del 1979. In tutto ciò, il calcio sta avendo un ruolo sempre più determinante.

Calcio e politica in Iran

Sebbene qui in Europa non se ne parli molto, in Iran il calcio è da decenni lo sport più amato e seguito, e i calciatori sono veri e propri idoli nazionali. Il campionato locale è piuttosto ricco per gli standard asiatici, e i club persiani sono molto competitivi a livello internazionale. La Nazionale, il cosiddetto Team Melli, a breve disputerà il suo terzo Mondiale consecutivo e il sesto della storia.

Il calcio è estremamente popolare anche tra le donne, che da sempre devono affrontare pesanti limitazioni al loro accesso agli stadi. Nel 2006, fece molto scalpore il film Offside di Jafar Panahi, in cui un gruppo di tifose si mascheravano da uomini per andare a vedere una partita: il gesto divenne piuttosto frequente tra le tifose reale negli anni seguenti, e la battaglia per entrare negli stadi di calcio divenne uno dei principali strumenti di lotta del movimento femminista iraniano.

Il punto di svolta fu, nel 2019, la morte di Sahar Khodayari, 29enne tifosa dell’Esteghlal di Teheran, arrestata per aver cercato di assistere a una partita senza permesso e successivamente datasi fuoco per non finire in carcere. Da quel momento, il governo ha iniziato a concedere piccoli spazi alle donne, limitati a incontri della Nazionale (quindi, su un palcoscenico internazionale) anche se spesso di secondo piano e in spazi ridotti e recintati negli stadi. Lo scorso 25 agosto, per la prima volta alcune tifose dell’Esteghlal sono state ammesse a seguire dal vivo un match di campionato.

 

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Il ruolo del calcio nelle rivolte per Mahsa Amini

Ora però sono addirittura i calciatori a prendere posizione in prima persona accanto alle donne e ai manifestanti, sintomo di una società che ha sviluppato una viscerale insofferenza verso le violazioni dei diritti femminili. Uno dei gesti più forti è stato fatto dal centrocampista dell’Esteghlal Zobeir Niknalf, che ha messo sui social un video di lui che si rasava i capelli, un gesto divenuto il simbolo della protesta contro la morte di Mahsa Amini, uccisa perché le si vedevano i capelli spuntare da sotto il velo.

Successivamente, molti altri nomi noti del calcio locale di ieri e di oggi hanno appoggiato le proteste in Iran. Tra questi, spicca senza dubbio Ali Daei, ex-attaccante di Arminia Bielefeld, Bayern Monaco ed Hertha Berlino, nonché primatista di gol con l’Iran, che sui social ha scritto: “Cosa avete fatto a questo Paese? Mia figlia mi chiede cosa è successo: cosa le posso dire?”.

Dopo di lui sono arrivati altri importanti messaggi da alcuni dei calciatori più noti della storia iraniana, come Ali Karimi, Mehdi Mahdavikia, Masoud Shojaei e Alireza Jahanbakhsh. Molti di questi post sono stati prontamente rimossi, secondo le prime fonti su indicazione della Federcalcio di Teheran. Dopo l’amichevole contro il Senegal del 27 settembre, la punta del Bayer Leverkusen Sardar Azmoun ha dichiarato a un giornalista il suo supporto alle proteste, e ha pubblicato su Instagram un duro messaggio: “A causa del regolamento della Nazionale, non ci è permesso di dire nulla fino alla conclusione del ritiro, ma non sono più in grado di tollerare il silenzio. Lunga vita alle donne iraniane!”.

In occasione della sfida con il Senegal, la Nazionale persiana è scesa in campo con indosso le tute durante l’inno, per coprire i simboli nazionali in segno di protesta: questo gesto ha avuto una grandissima eco internazionale, ponendo l’attenzione sulla presa di posizione dei calciatori iraniani.

Questi fatti hanno spinto il governo a incrementare la repressione anche verso il mondo del calcio. Il 29 settembre, l’arbitro Alieza Faghani, il più noto fischietto iraniano, è stato rimosso dalla Federazione dalla qualifica di direttore di gara internazionale a causa del suo supporto ai manifestanti. Poche ore dopo, si è diffusa la notizia che il difensore Hossein Mahini, anche lui critico verso il regime, sarebbe stato arrestato.

L’ong Open Stadiums, che lotta per l’accesso delle donne agli stadi in Iran, ha risposto con un comunicato in cui chiede alla FIFA l’esclusione dell’Iran dai Mondiali del Qatar a causa delle numerose violazioni dei diritti umani nel Paese.

Aggiornamento 1/10/2022

Il 30 settembre, durante la conferenza stampa della vigilia di  Napoli Torino, l’allenatore dei Partenopei Luciano Spalletti s’è presentato con due rose: “Sono per Mahsa Amini e Hadis Najafi” ha detto, citando due ragazze uccise dalla polizia iraniana. È stato la terza figura del calcio italiano a prendere pubblicamente posizione su quanto sta avvenendo in Iran, dopo i messaggi su Instagram di Claudio Marchisio e Paolo Maldini.

La sera stessa, i tifosi del Bayern Monaco hanno esposto uno striscione durante la gara col Bayer Leverkusen: “Solidarietà con la rivoluzione femminista in Iran!”. Contemporaneamente, l’attaccante del Porto Mehdi Taremi – che ha giocato indossando una fascia a lutto per sostenere i manifestanti – ha detto di non poter festeggiare la vittoria della squa squadra sul Braga “per rispetto del mio popolo”.

Nel frattempo, anche l’attaccante Kaveh Rezaei è stato arrestato dalle autorità iraniane.