Mondiali 2022 Qatar polemiche: cosa è successo

I Mondiali 2022 in Qatar sono stati circondati da preoccupanti accuse, inchieste sconvolgenti e molte polemiche: proviamo a capire cosa è successo.

È forse superfluo dire che dei Mondiali di Qatar 2022 si è parlato molto più per cose negative rispetto a quanto se ne parlerà per ciò che vedremo in campo a partire da domani. Arrivati ormai a poche ore dal fatidico calcio d’inizio, più o meno tutti anche solo vagamente sentito parlare di quanto ha accompagnato questo torneo così controverso.

In Italia in particolare si è discusso pochissimo e poiuttosto male sui problemi dei Mondiali 2022, e solo nelle ultime due settimane sono iniziate a uscire approfondimenti sui media riguardo le note violazioni diritti umani nel paese arabo. Ecco perché è il caso, probabilmente, di fare un piccolo riassunto per chiarire di cosa stiamo parlando.

Mondiali 2022: la questione della corruzione

Fin dall’assegnazione del Mondiale al Qatar, il 2 dicembre 2010, hanno iniziato a diffondersi voci relative a episodi di corruzione da parte del governo di Doha. Inizialmente riportate dalla stampa britannica, hanno portato a un’inchiesta interna della FIFA, affidata all’avvocato newyorkese Michael Garcia.

I risultati del suo lavoro hanno fatto molto discutere: inizialmente la FIFA ne diffuse una versione molto ridotta, e Garcia accusò di voler snaturare e nascondere le sue scoperte. Successivamente, la Bild rese pubblico il dossier completo, che si rivelò molto deludente e senza nulla di concreto.

Sta di fatto che, negli anni successivi all’assegnazione del Mondiale, praticamente tutte le persone coinvolte – il capo del calcio qatariota Mohamed bin Hammam, il presidente della UEFA Michel Platini, il presidente della FIFA Joseph Blatter – sono tutti finiti al centro di indagini per corruzione, anche se non collegate ai Mondiali 2022.

Più volte intervistato a questo riguardo, Blatter ha accusato Platini di avere deciso di sostenere la candidatura del Qatar dietro pressione dell’allora Presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy. La Francia, sostiene Blatter, era interessata a rinsaldare i suoi rapporti economici col Qatar, promettendo il Mondiale al principe Tamim bin Ḥamad Al Thani (l’attuale emiro) in cambio di ricchi accordi commerciali, e del piano avrebbe fatto parte anche l’aquisizione del Paris Saint-Germain da parte del fondo sovrano di Doha, avvenuta pochi mesi dopo l’assegnazione della Coppa del Mondo.

Mondiali 2022: lo sfruttamento e le morti dei lavoratori

Il grande tema discussione attorno alla Coppa del Mondo in Qatar concerne ovviamente i famosi 6.500 morti nei cantieri. Il numero arriva da un’inchiesta del Guardian del febbraio 2021, ma già nel 2013 Amnesty International aveva allertato l’opinione pubblica e le istituzioni sul rischio di migliaia di morti a causa delle condizioni di lavoro nel paese arabo. Poco dopo l’inchiesta del Guardian, Amnestty diffuse un nuovo report che stimava 15.000 morti.

Una parola che probabilmente avrete letto è kafala. Si tratta di un sistema del lavoro tipico del mondo arabo e con radici antichissime, che regola l’accesso al mondo del lavoro da parte degli stranieri. Un lavoratore straniero che si rechi in Qatar (ma lo stesso vale per altri paesi limitrofi, come ad esempio l’Arabia Saudita) deve affidarsi a uno ‘sponsor’ che garantisce per lui presso i datori di lavoro locali. In cambio, il lavoratore necessità del permesso del suo garante per cambiare lavoro o lasciare il paese, e ciò porta a un sistema di schiavitù de facto. Ufficialmente la kafala è stata abolita tramite due riforme del lavoro, tra il 2017 e il 2020, ma le ong e diverseinchieste giornalistiche riportano che il sistema sarebbe ancora ben presente nella pratica.

Il numero dei morti è controverso. Il Qatar fornisce dati estremamente bassi e discutibili a riguardo, per cui le inchieste svolte sul tema partono dalle informazioni dei paesi di provenienza di questi lavoratori (Bangladesh, Nepal, India, Pakistan, Filippine). Si considerano dunque tutti i cittadini di questi paesi morti in Qatar dal 2011 a oggi (o più spesso al 2019, per evitare che i casi di Covid-19 alterino troppo le stime). Chi si trasferisce in Qatar da queste regioni è solamente un lavoratore sotto qualificato, e il periodo di riferimento consente di individuare prevalentemente gente che ha lavorato per Qatar 2022, in maniera diretta (costruzione di stadi) o indiretta (costruzione di hotel per turisti, o strade di collegamento tra le varie sedi).

Il Qatar sostiene che questi numeri siano sovrastimati, tirando dentro anche persone che lavoravano in progetti non collegati ai Mondiali, o che sono morte per cause scollegate dal loro lavoro. Anche quest’ultimo aspetto è abbastanza controverso. La maggior parte dei morti individuati dalle inchieste non sono morti nei cantieri in incidenti sul lavoro, ma per cause probabilmente connesse ad essi, che il governo di Doha qualifica generalmente come avvenute “per cause naturali”. Ad esempio, un operaio che dopo mesi a fare turni massacranti sotto il sole cocente, con scarsa disponibilità di acqua e tempo per riposarsi, muore d’infarto a 42 anni nel proprio appartamento, non è conteggiato dal Qatar come morto per i Mondiali.

L’aspetto relativo ai morti sul lavoro è inoltre rilevante fino a un certo punto. La verità è che anche chi non muore non vive certo bene. Questi lavoratori migranti devono pagare una tassa d’assunzione di circa 7.000 riyals solo per iniziare a lavorare, e andranno a percepire stipendi di 1.000 riyals al mese (meno di 300 euro), per cui dovranno lavorare per mesi prima di ripagare i debiti. Vitto e alloggio sono coperti dal datore di lavoro, ma gli appartamenti sono camerate sovraffollate, sporche e fuori dalle città. Spesso gli stipendi vengono corrisposti in ritardo, a volte anche di sette mesi. Tutte queste cose contirbuiscono a mantenere i lavoratori migranti ai margini della società qatariota, privi dei diritti più basilari, sebbene rappresentino quasi il 90% della popolazione del Qatar (oltre 2 milioni, a fronte di poche centinaia di migliaia di cittadini qatarioti).

Mondiali 2022: i diritti della comunità LGBTQ+

L’altro grande tema è quello relativo all’omofobia di stato del Qatar. Qui, le relazioni omosessuali sono vietate per legge: un recente report di Human Rights Watch racconta di arresti sistematici, che non vengono ufficialmente registrati dalle autorità; le persone imprigionate sono sottoposte ad abusi verbali e fisici, senza possibilità di contattare un avvocato, dei parenti o essere visitate da dei medici. Le reclusioni possono arrivare a durare fino a sei mesi.

In un’intervista alla CNN del novembre 2021, uno dei capi dell’organizzazione del torneo, Nasser Al Khater, ha detto che il Qatar accoglie tutti senza distinzioni, a patto che rispettino la cultura del paese ospitante. È stato riportato, però, che alcuni hotel si sono rifiutati di accettare prenotazioni da parte di coppie di persone dello stesso sesso, e il direttore del Comitato antiterrorismo qatariota ha dichiarato che le bandiere arcobaleno e altri simboli della comunità LGBTQ+ non saranno ammessi negli stadi. Più di recente, hanno fatto molto discutere le parole dell’ambasciatore dei Mondiali Khalid Salman, che ha definito l’omosessualità “una malattia mentale“.

Mondiali 2022: il problema ecologico

In ultimo, hanno fatto meno discutere le questione legate al consumo di energia e all’impatto ambientale dei Mondiali 2022, sebbene il tema sia oggi di cruciale rilevanza nel nostro mondo. Il Qatar e la FIFA hanno sostenuto che questo Mondiale sarà “carbon neutral”, cioè a zero emissioni di gas serra. Molte organizzazioni ambientalista hanno ritenuto fantasioso questo annuncio, e senza nessuna attinenza con la realtà dei fatti.

Per garantire temperature fresche sugli spalti, gli stadi sono stati dotati di bocchettoni dell’aria condizionata sotto ogni posto a sedere, con un consumo energetico e un inquinamento incalcolabili. A ciò si aggiunge il fatto che, per garantire i 10.000 litri d’acqua giornalieri per ogni impianto necessari, il Qatar dovrà aspirare acqua dal Golfo Persico e desalinizzarla, attraverso un processo alimentato da combustibili fossili e ritenuto altamente inquinante, oltre che con un forte impatto ambientale sull’ecosistema marino.