Ahmed Radhi

È scomparso a causa del coronavirus, ad appena 56 anni, Ahmed Radhi, molto probabilmente se non il più forte di sicuro il più influente calciatore iracheno di sempre: scopriamo insieme la sua storia.

La notizia da noi è arrivata in sordina, e del resto non poteva essere altrimenti: la scomparsa quasi improvvisa di Ahmed Radhi, ex calciatore iracheno considerato in patria una vera e propria leggenda vivente, non può dire molto agli appassionati di uno sport che tende a celebrare quasi esclusivamente i campionati top e le squadre più rinomate, finendo per sminuire eccessivamente tutto quello che succede ad altre latitudini.

Eppure è giusto ricordare che lo sport più popolare al mondo ha una lunga tradizione in quasi ogni Paese, e che ognuno di questi ha i propri miti e leggende, veri e propri eroi capaci con le loro imprese sul campo di far dimenticare, fosse anche solo per 90 minuti, una vita che a volte può riservare privazioni e difficoltà di ogni tipo.

Ahmed Radhi, leggenda e simbolo

Questo fu Ahmed Radhi, scomparso oggi a 56 anni: una luce nel buio di anni terribili per uno sport, il calcio, che in Iraq godeva di un’enorme popolarità e che proprio per questo finì nel mirino di Uday Hussein, violento e megalomane figlio di Saddam per cui non era che una copertura per le proprie attività criminali oppure, in alcune occasioni, un esercizio di potere contro chi osava essere più amato e popolare di lui.

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Stella emergente dell’Al-Zawraa, ad appena vent’anni Ahmed Radhi era stato prelevato nella notte da alcuni uomini con la forza e trascinato in un posto isolato, dove alla violenza fisica era seguita quella verbale: Uday Hussein aveva da poco fondato un club che avrebbe dovuto dominare il calcio nazionale, l’Al-Rasheed, e dopo aver incassato il rifiuto del giovane talento a unirsi alla causa aveva deciso di chiedergli se fosse proprio sicuro di aver dato la risposta giusta.

Costretto suo malgrado ad accettare il trasferimento per salvaguardare la propria incolumità e quella della famiglia, Ahmed Radhi cercò come tantissimi altri di dimenticare con il calcio, con i gol, gli orrori a cui si trovò inevitabilmente ad assistere: Uday era feroce, spesso sadico, e non perdonava la sconfitta, eventualità che comunque sembrava a volte quasi auspicare, dato che gli avrebbe dato la scusa per sfogare i suoi peggiori istinti.

La storia delle torture inflitte ai propri atleti da Uday Hussein, per anni responsabile del comitato olimpico e della federcalcio irachena, è tristemente nota e ben documentata: il giornalista londinese Simon Freeman racconta nel suo libro “Baghdad Football Club – La tragedia del calcio nell’Iraq di Saddam” di bastonate sui piedi, frustate sulla schiena, reclusioni, privazioni di acqua e cibo.

E poi ancora di umiliazioni continue, rasature di capelli e barba- vero e proprio affronto – sputi, pugni e calci senza la possibilità di reagire, allenamenti sotto il sole persino per 15 ore, addirittura di gare giocate con un pallone di cemento, tutto quello che “l’incarnazione del demonio” – così lo definì nientemeno che il suo sosia – poteva immaginare.

Chiaro che nonostante le vittorie, nonostante l’incetta di talenti locali che puntualmente finivano per ingrossarne le file, l’Al-Rasheed non fu mai amato: contestato in ogni stadio, ad ogni partita, finì per essere smantellato nel 1990 dallo stesso Saddam Hussein, mossa che permise ad Ahmed Radhi di chiudere nel club dove aveva cominciato a giocare, il glorioso Al-Zawraa, con il quale avrebbe conquistato il campionato nel 1991 e nel 1999, anno del ritiro a 35 anni. In mezzo una parentesi in Qatar, nell’Al-Wakrah, il ricco stipendio naturalmente confiscato dal regime.

Secondo miglior marcatore di sempre nella storia della Nazionale, considerato il più forte calciatore mai espresso dall’Iraq insieme a Younis Mahmoud e Ammo Baba – a lungo suo commissario tecnico e unico capace di sfidare apertamente Uday grazie all’enorme popolarità di cui godeva – Ahmed Radhi verrà per sempre ricordato come l’autore del primo e fino a oggi unico gol segnato dai Leoni della Mesopotamia in una fase finale dei Mondiali di calcio.

Accade nel 1986 in Messico: l’Iraq si presenta all’appuntamento iridato accreditato del ruolo di squadra materasso, e in effetti perde tre gare su tre anche se sempre di misura. Nella sconfitta all’esordio con il Paraguay pesa la decisione dell’arbitro mauritiano Picon-Ackong, che annulla il gol del pari firmato proprio da Radhi fischiando la fine del primo tempo pochi istanti prima che il pallone gonfi la rete. L’1-0 nell’ultima sfida con il Messico arriva in una gara senza grandi motivazioni, ma è tra queste due sfide che il numero 8 iracheno scrive la storia.

Mexico 86, la storia è scritta

Accade contro il Belgio, che in vantaggio 2-0 sarà costretto a giocare l’ultima mezz’ora con molta attenzione dopo che al 59° Ahmed Radhi, imbeccato da un bel filtrante di Hashim, brucia sul tempo Franky van der Elst e fulmina il grande Jean-Marie Pfaff con un destro secco e angolato. È il gol, a stento festeggiato, che gli permette di entrare nella storia e che fa esplodere di gioia un popolo, e pazienza se è soltanto un lampo nel buio: al ritorno in patria un Uday furioso processerà la squadra in tv in diretta nazionale, come testimonia Matteo Bruschetta nel suo “I Mondiali dei vinti – Storie e miti delle peggiori nazionali di calcio”.

Una furia, quella del dispotico figlio di Saddam Hussein, a cui comunque Ahmed Radhi riuscirà molte volte a sfuggire grazie alla sua classe e ai suoi gol, che gli valgono allo stesso tempo l’affetto di un popolo che non può non comprendere la delicata situazione in cui si trova, in costante equilibrio tra due fuochi.

Persino lo sfumato trasferimento in Sud America all’indomani della vetrina mondiale – si dice che lo vogliano in Uruguay, qualcuno parla del Nacional Montevido e qualcun altro del Penarol – viene festeggiato da molti come la libera scelta di un campione che preferisce restare nel proprio Paese: è molto probabile invece che non siano mai esistite altre opzioni.

Nel 2003, quando gli Stati Uniti invadono l’Iraq mettendo fine al regno di Saddam e della famiglia Hussein – la morte di Uday, avvenuta durante un raid a Mosul, viene festeggiata per strada dal popolo – Ahmed Radhi ha da tempo intrapreso la carriera politica e riesce a mediare con il comitato olimpico internazionale fino a garantire la presenza della Nazionale alle Olimpiadi dell’anno successivo, in cui la squadra raggiunge il miglior risultato di sempre raggiungendo la finale per la medaglia di bronzo poi persa 1-0 contro l’Italia di Gilardino e Pirlo.

La morte di Ahmed Radhi e un’eredità immortale

Dopo aver manifestato i sintomi del coronavirus, che a oggi ha ucciso quasi mezzo milione di persone nel mondo, Ahmed Radhi si reca in ospedale il 13 giugno 2020: sembra un falso allarme, tanto che viene dimesso, ma nello spazio di pochi giorni un nuovo ricovero e necessario. Stavolta la situazione è grave, e nel giro di 48 ore diventa disperata.

Dopo aver scritto la storia sportiva del suo Paese, Ahmed Radhi si spegne all’alba del 21 giugno: inserito dall’IFFHS nella lista dei 10 migliori calciatori asiatici di sempre, vincitore della prima edizione del “Player of the Year” continentale, simbolo suo malgrado del regime ma sempre perdonato dal suo popolo, autore dell’unico gol ai Mondiali nella storia dell’Iraq e quindi decisivo nella presenza alle Olimpiadi del 2004, le sue imprese gli permetteranno di vivere per sempre.

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